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RIFLESSIONI DI UN ISTRUTTORE DI SCACCHI

Al di là delle belle parole, nobili intenti e utopie, proviamo a focalizzare la realtà. Gli scacchi sono un gioco, o uno sport, strettamente individualista: sei tu di fronte ad un altro individuo, che ve le suonate su una scacchiera, e vuoi vincere, che sia torneo o amichevole, o quantomeno non vuoi perdere. Ecco una prima sintesi: vincere e perdere. In un torneo sei da solo contro tutti, spesso neanche li conosci, o solo di vista, e spesso neanche hai vicino amici o parenti che ti supportano, o un istruttore o team che ti assiste. Oltretutto, per questo forte individualismo la sconfitta può causare anche forti reazioni, o conseguenze psico/emotive incontrollate, che non possono essere attutite o mitigate da un gruppo o da un team, come per gli sport di squadra. Questo fondamentale individualismo porta spesso noi istruttori e formatori, a nostra volta giocatori agonisti, a considerare gli scacchi come unico elemento portatore di benefici e valori, quali l’apprendimento logico, la socializzazione, il rispetto dell’avversario e delle regole, ecc. (lo abbiamo sentito infinite volte, no?), quando poi sono valori comuni e applicabili a TUTTI gli sport esistenti. Questa spiccata individualità, ci porta spesso come istruttori a considerare solo le nostre teorie, le nostre convinzioni, e a non fare domande. Se qualcuno di voi ha mai domandato o proverà a domandare ai propri allievi bambini, dopo le prime mosse e le prime partite amichevoli “ehi tu, ma perchè vuoi giocare a scacchi?”, nella stragrande totalità dei casi riceverà la risposta “perché mi piace e voglio vincere!”, o qualcosa di simile. Ecco! Queste due semplici parole sono la chiave. Il desiderio innato dei bambini (parlo della maggior parte) oltre che di divertirsi, anche di imporsi, farsi notare, crescere in ciò che piace, cercare consensi e gratificazioni, vincere, è il motore, la linfa vitale, la forza, che li alimenta per crescere, migliorare, ottenere le loro piccole ambizioni, la loro piccola eccellenza. E noi istruttori non dovremmo mai spegnere o castrare i loro sogni, le loro ambizioni e speranze, i loro piccoli obiettivi o prospettive, con le nostre teorie pseudo educative (che poi non è il nostro mestiere) o anti agonistiche; sarebbe veramente un delitto. Di sicuro, e parlo sempre di realtà dei fatti, un bambino, al termine di un torneo, sarebbe sempre più entusiasta e felice di portare a casa una piccola coppa, o una medaglia, piuttosto che aver imparato due/tre mosse in più sull’ Est Indiana, o aver capito che a scacchi si gioca in silenzio. E questo entusiasmo lo spronerebbe sempre più a migliorare, a capire, a crescere. Quello che dovrebbe essere invece il nostro ruolo verso quello che potrebbe essere il pericolo dell’ossessione della vittoria, dell’agonismo sfrenato, dell’eventuale pressione dei genitori, ecc. (e solo qui entrerebbe in gioco il nostro ruolo di educatori, che poi non è il nostro mestiere; noi siamo istruttori), dovrebbe essere, anzi che di aver paura di poter contribuire a creare dei futuri “campioncini”, quello di educare alla sconfitta, farla accettare, far gestire nel giusto modo le vittorie, rispettare l’avversario, guidare ad un approccio equilibrato alla materia, tracciare una strada consapevole, insegnare a difendersi da eventuali genitori oppressivi (scacchisticamente) o dalle insidie dell’ambiente. Ecco, credo sia questa la strada giusta, e non spegnere i loro sogni, la loro fiamma, le loro piccole ambizioni. Ne consegue poi che è sulla base di questi concetti che dovrebbe poi formarsi, organizzarsi, svilupparsi, una scuola di formazione scacchistica. Ma questo è un altro discorso.

Guido Di Penta